Discriminare non è esprimere un’opinione: perché le parole di Vannacci non possono essere normalizzate

  

Discriminare non è esprimere un’opinione: perché le parole di Vannacci non possono essere normalizzate

«Gli omosessuali non sono normali» e «hanno già tutti i diritti».

Le dichiarazioni pronunciate da Roberto Vannacci durante la trasmissione Otto e Mezzo non possono essere archiviate come semplici opinioni personali né come provocazioni destinate ad alimentare il dibattito pubblico.

Sono affermazioni che contribuiscono a costruire e rafforzare uno stigma sociale nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, non binarie, queer, intersessuali e asessuali.

Le parole non sono neutre. Hanno conseguenze pesantissime. Quando vengono pronunciate da figure pubbliche con responsabilità politiche che godono di una grande visibilità e sono amplificate dalla tv, sono propaganda d’odio che contribuisce a legittimare pregiudizi, esclusioni e discriminazioni che migliaia di persone subiscono quotidianamente.

Definire una parte della popolazione – le persone LGBTQIA+* e queer – come “non normale” significa tracciare un confine simbolico tra chi è pienamente legittimato a far parte della società e chi, invece, è etichettato come diverso, inferiore e quindi meno degno di riconoscimento sociale.

Ma se per “non normalità” si intende “non conformità alle norme imposte” allora noi rivendichiamo il fatto di essere non essere come la società patriarcale ci impone di essere.

Ci viene detto che la discriminazione nei confronti della nostra comunità non esiste. Eppure, la realtà racconta una storia molto diversa da quella descritta da Vannacci.

In occasione della Giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia, Arcigay ha presentato il Report 2026 sui fenomeni di odio e discriminazione contro persone, simboli e luoghi LGBTQIA+ registrati dai media italiani negli ultimi dodici mesi. Sono stati censiti 127 episodi di violenza, aggressione, discriminazione e vandalismo. Un numero che restituisce l’immagine di un Paese in cui l’odio non rappresenta un’eccezione, ma una presenza costante nella vita quotidiana di chi non si conforma agli stereotipi di genere e orientamento sessuale.

Tra i dati più allarmanti emerge il fenomeno delle aggressioni attraverso le dating app. Almeno quattordici episodi documentati raccontano di persone attirate con l’inganno attraverso chat e applicazioni di incontri per essere poi rapinate, picchiate, ricattate o estorte. A Treviso un uomo di 42 anni è stato brutalmente aggredito dopo un appuntamento organizzato online. A Bergamo e Caserta sono emersi casi di aggressioni seriali. A Padova e Rovigo uomini gay sono stati raggiunti nelle proprie abitazioni e rapinati. Ad Alessandria una donna transgender è stata adescata tramite un’app, rapinata e uccisa.

Il report documenta inoltre continui attacchi ai simboli e ai luoghi della comunità LGBTQIA+: panchine arcobaleno vandalizzate, sedi associative colpite, aggressioni nei luoghi di aggregazione. Racconta anche storie drammatiche di isolamento e sofferenza, fino a comprendere casi di suicidio che interrogano profondamente la responsabilità collettiva di una società che continua a marginalizzare chi è percepito come diverso.

Per questo il problema non è il significato lessicale della parola “normale”. Il problema è l’uso politico e sociale che se ne fa. Quando un leader politico dichiara pubblicamente che le persone omosessuali e transgender non sono normali, non sta riportando un dato statistico: sta attribuendo un giudizio di valore. Sta affermando che esiste una maggioranza considerata legittima e una minoranza che non è meritevole di riconoscimento.

L’articolo 3 della Costituzione italiana afferma che tutte le persone hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. Non esistono cittadin3 “normali” e cittadin3 meno normali. Non esistono vite più degne e vite meno degne di rispetto. La Repubblica è chiamata a rimuovere gli ostacoli che limitano libertà ed eguaglianza, non a rafforzarli attraverso narrazioni che alimentano la discriminazione.

Da decenni la comunità scientifica internazionale ha chiarito che l’orientamento sessuale e l’identità di genere sono varianti “naturali del comportamento umano”, sono condizioni degne di rispetto, considerazione e riconoscimento. L’omosessualità e il transgenderismo non sono malattie, non sono devianze e non rappresentano uno stato di inferiorità morale, sociale o psicologica rispetto all’eterosessualità e al cisgenderismo.

Per questo non siamo di fronte a una legittima divergenza di opinioni sui fatti, ma alla diffusione di una rappresentazione negativa di milioni di persone.

Anche l’affermazione secondo cui le persone LGBTQIA+ avrebbero già “tutti i diritti” non regge a un confronto con la realtà.

L’Italia continua a collocarsi nelle posizioni più basse dell’Europa occidentale per il riconoscimento dei diritti delle persone LGBTQIA+. Le famiglie omogenitoriali non godono ancora di un pieno riconoscimento legislativo. Il matrimonio egualitario non esiste. Molte tutele per figli e figlie delle coppie dello stesso sesso sono state riconosciute solo grazie all’intervento dei tribunali e della Corte Costituzionale, che continuano a colmare i vuoti lasciati dalla politica.

Le persone transgender affrontano ancora percorsi complessi per l’adeguamento dei documenti e non beneficiano di procedure amministrative snelle e autodeterminate come avviene in numerosi Paesi europei. Continuano inoltre a mancare tutele efficaci contro le discriminazioni in diversi ambiti della vita sociale, dal lavoro allo sport, dalla scuola ai servizi sanitari.

Sostenere che le persone LGBTQIA+ abbiano già tutti i diritti perché possono andare a scuola, guidare un’automobile o accedere a un ospedale significa ignorare il punto fondamentale della questione: il problema non è soltanto poter entrare in quei luoghi, ma poterli attraversare senza essere discriminati, umiliati o considerati cittadini di serie B.

Molte persone LGBTQIA+ continuano a subire bullismo, esclusione sociale e rifiuto familiare. Molte rinunciano a dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere per paura delle conseguenze. La letteratura scientifica definisce questa condizione “minority stress”: un insieme di pressioni psicologiche generate dallo stigma sociale che espongono le persone LGBTQIA+ a maggiori rischi di ansia, depressione, isolamento e pensieri suicidari.

Le parole costruiscono immaginari. Le parole influenzano il modo in cui una società guarda alle proprie minoranze. E le parole pronunciate da chi esercita una funzione pubblica hanno un peso ancora maggiore.

La libertà di espressione è un principio fondamentale della democrazia. Ma la libertà di espressione non può trasformarsi nella libertà di negare pari dignità alle persone. Non può diventare uno strumento per legittimare discriminazioni o alimentare ostilità verso gruppi sociali già esposti a marginalizzazione e violenza.

Per questo Arcigay ritiene necessario riaprire una discussione pubblica e politica sui discorsi d’odio e sugli strumenti necessari per contrastarli. Molti Paesi europei hanno adottato normative avanzate per prevenire le discriminazioni e contrastare l’incitamento all’odio nei confronti delle persone LGBTQIA+. L’Italia continua invece a rimanere al palo.

Non chiediamo privilegi. Chiediamo che nessuna persona venga considerata inferiore, sbagliata o meno degna di rispetto a causa del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere. Chiediamo che la politica smetta di utilizzare le nostre vite come terreno di propaganda e che la dignità delle persone LGBTQIA+ venga finalmente riconosciuta e protetta senza ambiguità.

Perché i diritti umani non sono un’opinione.

E nessuna democrazia potrà dirsi pienamente tale fino a che ci sarà chi può arrogarsi il diritto di definire una parte della sua popolazione come “non normale”.


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