Ragazze, sapete l’ultima? Mamma è lesbica

  

Da "’Unità" del 18.01.04 di Delia Vaccarello
Ragazze, sapete l’ultima? Mamma è lesbica

Lo schermo si fa tutto rosso e liquido. Ordiscono il piano per sabotare il fidanzamento della mamma e nello stesso istante intingono tutt’e tre le cannucce nel calice pieno di liquore. Rosso è il colore della gelosia che spinge tre figlie, Elvira, Jimena e Sol, a mandare all’aria l’innamoramento della mamma. Ed evoca la passione, il dolore di sentirsi escluse nonché, sotto sotto, la voglia di affermare le proprie pulsioni profonde, inedite, sorprendenti, rivelandosi all’altezza della madre. Ma la madre le sorprende sempre. Le ha sorprese dicendo loro: «Sono lesbica», e presentando la fidanzata, una giovane pianista cecoslovacca di grande talento, brava al pari di lei, pianista affermata. Brave e capaci le due donne di creare e di inventare nella vita come nell’arte un amore nuovo e una famiglia nuova, sorprendono per la tenuta del loro innamoramento che a dispetto di ostacoli emotivi ed esterni realizza un sogno di ricomposizione delle relazioni, liberatorio per la società di oggi.

Con delicatezza e grazia, la grazia del femminile citata attraverso un verso di Saffo dall’«uomo saggio» del film – marito separato della madre lesbica e «padre» nuovo stile – le due registe Inés Paris e Daniela Fejerman, rodate da dieci anni di lavoro da sceneggiatrici insieme, regalano al pubblico italiano un film ritmato e godibilissimo che pone l’accento sulle nuove relazione affettive e ha un titolo soprendente anch’esso, ma in fondo non troppo: A mia madre piacciono le donne (nelle sale da venerdì). Il film è dedicato «ai nostri genitori» e di fatto lo sguardo delle due registe è rivolto alla generazione che le ha precedute: «Sono più avanti di noi, hanno vissuto nella propria carne l’utopia del femminismo e della ricerca di libertà, noi siamo loro eredi», dichiarano. E di questa libertà le registe fanno tesoro intessendo una storia «ottimista» che pone al centro la ricerca della felicità nelle nuove forme di convivenza.

Come abbiamo già scritto nel 2002, la pellicola spagnola, premiata a Torino dalla rassegna internazionale dei film gay organizzata da Giovanni Minerba, si candidava ad essere un appuntamento importante per il pubblico italiano, che senz’altro ne resterà catturato, com’è successo in Spagna e in Francia.

Il punto di vista della narrazione è quello della figlia Elvira, giovane in crisi interpretata dall’attrice Leonor Watling che abbiamo già visto in Tutto su mia madre e che vedremo nel prossimo film di Pedro Almodovar. Elvira è in crisi con il lavoro: sfruttata come redattrice da un piccolo editore, aspira alla Scrittura. In crisi nelle relazioni affettive: se una storia va bene si precipita a distruggerla. In crisi con uno psicanalista che le mette le mani addosso, ma in realtà è in crisi con se stessa e non riesce ad avere della madre la saldezza emotiva.

Sarà proprio la determinazione della madre, che non indietreggia dinanzi alla passione, che non si sente vinta all’età di 50 anni, ma anzi pronta per la sua vera strada relazionale, a far precipitare la storia, a drammatizzare la crisi. Le sequenze hanno di almodovariano il gusto di certe ambientazioni improbabili ma dal sapore domestico, hanno il piacere dei comportamenti netti pur nella loro contraddittorietà, che svelano i personaggi e denudano le ipocrisie. Al tempo stesso dipanano una commedia dal doppio registro, comico a fior di pelle e intenso in profondità, laddove si stana il rapporto conflittuale delle figlie con la madre, con gli amori, con se stesse.

La figura della madre è una specie di faro. Mentre le figlie ordiscono il piano per distruggere l’amore che vivono in competizione a quello per loro e fingono di interessarsi alla sua fidanzata, lei sottolinea dello stare tutte insieme. Addolorata per la separazione dalla sua innamorata, ha un collasso nel corso di una esecuzione e mostra alle figlie — riottose rispetto a una relazione profonda – che l’amore vero è dipendenza viscerale. Senza questo amore si può solo sopravvivere. Anche nel finale le anticipa e le sorprende, dispiegando la sua capacità di tenere strette le relazioni a dispetto di tutto.

La sua affermazione prepara, d’altra parte, come un solco già scavato, l’affermazione delle figlie. Così tutto si ricompone – c’è chi divorzia e trova un partner affine e non persecutorio, Elvira si unisce a chi sabota, al contrario di lei, i tentativi di distruzione, Sol ama con piena libertà – mentre nel finale il doppio girotondo mette in scena la danza della nuova famiglia. Al centro la mamma con le figlie, intorno tutte le figure che vivono apparentante da relazioni collaborative, sintoniche e non conflittuali.

Davvero un messaggio chiaro per un’Italia che, fanalino di coda in Europa, non ha una legge per le unioni civili; per un’Italia che l’altro ieri, varando una legge iniqua sulla fecondazione assistita, ha negato a tutte le donne e alle lesbiche nuove forme di genitorialità. Film scritto da una coppia di registe, che si definiscono una ottimista e l’altra no, decise a parlare al mondo di una storia «frutto dell’immaginazione» ma densa di agganci con la realtà. Una storia che ha dell’eccezionale. Per l’autoaffermazione che vince sulla sfiducia delle donne in se stesse, per le figure maschili, di sfondo ma «impeccabili». Perché soddisfa il bisogno, almeno nella fiction, di un’armonia di relazioni che scavalca la maschera dei ruoli. Perché smaschera «il mito sociale della libertà della gioventù», che non è libera finché è fragile e confusa. Il film dice che una mamma lesbica ama le figlie tanto quanto se stessa ed è capace di armonie profonde. Ci regala una mamma che sorprende chi ha bisogno oggi di essere sorpreso.


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