Uno statuto laico che guarda all’Europa

  

Il nuovo Statuto della Regione Emilia Romagna si avvia verso la definitiva approvazione. La riforma del titolo V della Costituzione ha chiamato le regioni a dotarsi di una propria carta fondamentale, impegnandole in una attività di definizione di aspetti organizzativi e in una riflessione sui propri principi fondativi.

La stesura di un Preambolo contenente quei principi, tuttavia, ha suscitato qualche polemica soprattutto sul riconoscimento dei diritti delle famiglie non fondate sul matrimonio e sulla presenza dell’orientamento sessuale fra le condizioni da tutelare da discriminazione. Sullo sfondo il tema, già emerso a proposito della futura Costituzione dell’Unione Europea, del mancato riferimento alle radici cristiane dell’Emilia Romagna.

La Toscana e l’Umbria hanno già approvato testi che contengono sia un esplicito riferimento all’orientamento sessuale sia il riconoscimento di forme familiari distinte dalla famiglia fondata sul matrimonio.

In entrambi i casi sono stati recepiti i principi contenuti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, proclamata a Nizza nel 2000 che all’art. 9 distingue il diritto di sposarsi da quello di costituire una famiglia e all’art. 21 introduce l’orientamento sessuale fra le possibili cause di discriminazione da combattere.

Il riconoscimento della “pari dignità sociale della persona senza alcuna discriminazione per ragioni di orientamento sessuale” e della “funzione delle formazioni sociali attraverso le quali si esprime e si sviluppa la dignità della persona” previsto dallo Statuto dell’Emilia Romagna sta dunque dentro il quadro di diritti definito dalla Carta di Nizza, recepita dal Parlamento italiano.

Siamo di fronte ad una abituale differenza di atteggiamento di alcune forze politiche nostrane in Europa, dove non si possono non avallare principi di uguaglianza che ormai fanno parte del dna comune, e in Italia dove, oltre a un certo provincialismo bigotto, emerge quella commistione fra istituzioni repubblicane e confessionalismo religioso che rappresenta un tratto specifico dell’Italia.

Anche la campagna elettorale bolognese sembra segnata dalla tendenza di alcuni ad accreditarsi più presso la Curia che presso la Costituzione italiana. Basti notare come il sindaco a 360%, l’ex laico Guazzaloca, abbia mollato gli ormeggi e, com’era già accaduto negli anni scorsi a leader nazionali come Berlusconi e Bossi, cerchi di mostrarsi come diretto rappresentante delle posizioni della Curia, prendendo le distanze dall’equiparazione delle coppie di fatto nelle graduatorie degli alloggi pubblici e invocando il riferimento alle radici cristiane nello Statuto regionale.

Un emendamento analogo era stato già proposto in commissione Statuto da una strana ma non inedita alleanza fra centrodestra e Margherita, segno della difficoltà di settori del cattolicesimo democratico a concepire il proprio ruolo amministrativo all’interno di quella cornice di laicità che in democrazia non è una scelta opzionale ma un preciso dovere civile.

Il nostro Statuto guarderà all’Europa e a quella avanzata dichiarazione di diritti che è la Carta di Nizza. È un buon risultato ed anche un buon auspicio per il rilancio di Bologna, oggi mortificata da un angusto provincialismo, nella dimensione europea.

Sergio Lo Giudice
Presidente nazionale Arcigay e Consigliere comunale DS


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