Speciale Intervista. Da Frosinone a Cremona per fronteggiare l’emergenza Covid

  

Sorry, this entry is only available in Italian. For the sake of viewer convenience, the content is shown below in the alternative language. You may click the link to switch the active language.

L’intervista a Simone Tersigni, giovane volontario delle attività Arcigay a Frosinone, che dal Lazio ha raggiunto Cremona, una delle zone più colpite dal COVID-19, per dare una mano come infermiere nel reparto di rianimazione. L’intervista è avvenuta tramite diretta instagram sul canale @gaycenter.it. Sono riportare anche domande di alcuni followers della diretta.

Ciao Simone, tu sei di Frosinone e negli ultimi mesi stavi dando una mano al nucleo costituente della futura Arcigay Frosinone, processo ora rimandato causa emergenza COVID-19. Dal Lazio poi hai raggiunto Cremona, una delle province più colpite, per metterti a disposizione dell’ospedale di Cremona.

Ciao Francesco, si stavo dando una mano per supportare la creazione della futura Arcigay a Frosinone, e sperò di poter continuare a farlo in futuro dopo la fine dell’emergenza COVID-19.

A Roma già lavoravo come infermiere in ambulanza e appena ho visto che era richiesta la necessità di infermieri al nord per l’emergenza COVID-19 mi sono subito messo a disposizione, accettando di salire al nord. Devo dire che ero non totalmente cosciente di quello che mi aspettava. Lo ammetto. Ero salito con la consapevolezza che si trattasse di un’influenza, come si diceva all’inizio. In realtà è molto diverso. Attualmente adesso lavoro tra i reparti della rianimazione. E la situazione è gravissima, anche dal punto di vista psicologico. I pazienti non possono ricevere visite dai parenti, sono soli. L’Ospedale di Cremona si è trasformato in un Ospedale quasi completamente dedicato al COVID-19. Purtroppo ci sono tanti decessi, e difficilmente per questo, e per il fatto che spesso i pazienti vengono trasferiti altrove. Non vedevamo estubare o miglioramenti nei pazienti, se non in questi ultimi giorni… Si lavora su pazienti critici senza tante volte la possibilità di vedere miglioramenti.

Ho accettato di partecipare a questa intervista perché la gente non si rende conto che le conseguenze di questa patologia possono essere serie, e attualmente quello che viene chiesto è semplicemente di rimanere a casa. Quello che si dice è vero. La situazione è grave, considerando anche il fatto che non si riescono a fare i tamponi a tutti e che quindi i numeri del contagio COVD-19 potrebbero essere molto di più.

Le misure restrittive sono state vissuti da alcuni italiani con difficoltà, e anche con qualche violazione. Si sottovaluta la situazione, ed è per questo importante far parlare chi è sul campo. Vedi un miglioramento a Cremona?

La situazione è purtroppo emergenziale. Ultimamente anche l’Unità di crisi della Lombardia ha difficoltà, ad esempio, a trasferire pazienti altrove, cosa che diventa sempre più complessa. La rianimazione di Cremona è passata da un reparto di 8 posti a cinque reparti di rianimazione, di cui uno nelle tende, per un totale di  62 posti, spesso non sufficienti. La situazione è pesante, con pazienti intubati. Non vedo miglioramenti purtroppo. Ogni volta che va via un paziente ne arriva un altro.

Ti giro una domanda di Gabriele Piazzoni, Segretario Generale di Arcigay, anche lui della provincia di Crema, che chiede quante ore lavorate al giorno.

Lavoriamo 12 ore minime al giorno. L’orario classico delle 7 ore è aumentato perché gli infermieri erano pochi. I turni sono pesanti, e aggravati dai dispositivi di protezione (tuta, mascherina, etc) che limitano anche l’usufruire delle pause. [Simone mentre è in diretta video ha i segni sul viso della mascherina n.d.r.]. Dopo 12 ore mi sento senza ossigeno.

Dove consigli di informarci?

Oggi ci sono tante possibilità per ricevere informazioni, ma anche tanta cattiva informazione e fake news. Informatevi sempre sui siti istituzionali dell’OMS o dell’ISS. Attenzione ad alcune notizie che circolano sui social, come facebook. Cercate di verificare su più fonti se la notizia è vera. Una cosa vera sempre è quella di lavarsi le mani, appena possibile. La mascherina è importante, anche se c’è carenza delle FFP2 e FFP3. Siamo a rischio anche noi che siamo in ospedale, e sarebbe importante lasciarle a noi. Attenzione anche ai guanti usati, ad esempio, al supermercato. I guanti creano un secondo strato di pelle rispetto alle mani, ma tutto quello che può andare sulle mani può andare anche sui guanti. Attenzione, dovete subito toglierli dopo la spesa, non annullano il corona virus, ma semplicemente lo spostano sui guanti.

Ti giro una domanda di Sonia Minnozzi, di Arcigay Roma. Ci chiede se puoi parlarci della tua condizione emotiva in cui ti trovi adesso.

A livello emotivo è straziante. Per fortuna nel team siamo 7-8 infermieri più i medici (2-3 a turno). Siamo tutti coscienti che è una realtà dura, ma tra di noi c’è coscienza della gravità della situazione. Quando uno di noi arriva al limite subentra l’altro. In questo momento sono scioccato perché ero convinto di trovare molte persone anziane, ma ci sono anche giovani e l’età media si è abbassata. Nei giorni passati è stato ricoverato un ragazzo di 18 anni. Un coetaneo, anche più giovane. E rifletti…forse in quel letto potrei esserci anche io. L’assistenza fornita all’anziano o al giovane è la stessa chiaramente, ma è diverso pensare ad un ragazzo giovanissimo ricoverato. Torni a casa e ci rifletti.

Simone, ti ringrazio della tua testimonianza. Dacci un segnale di speranza.

Prima o poi ne usciremo. Segnale di speranza? Stare uniti, ma distanti. Poi ci ritroveremo tutti insieme come è sempre stato, se non più uniti di prima. Ora rispettiamo le regole.

 

Un ringraziamento speciale a Simone, che con i segni della mascherina sul volto, ha riuscito a trovare un momento per noi a fine turno. Un grande ringraziamento ai medici, agli infermieri e agli operatori sanitari che stanno dando una mano a contrastare l’emergenza COVID-19. Con la speranza di riavere al più presto Simone tra noi, a Frosinone, e rimettere in piedi tutti i nostri progetti, anche in Arcigay. Restiamo distanti, ma uniti. E restiamo a casa.

A cura di Francesco Angeli, Presidente Arcigay Roma

 


  •