Le speranze di un gay italiano di 27 anni

  

"Voglio chiedere al Ministro Meloni di raccontarmi perchè la gioventù gay in Italia è invisibile"
Intervista a Fabio Saccà
In occasione del convegno sul disagio giovanile e l`omofobia organizzato a Genova con il Ministro Meloni, abbiamo intervistato Fabio Saccà, responsabile della rete Giovani Arcigay e moderatore del dibattito. Quali sono le speranze, le paure, le battaglie di un ragazzo italiano gay di 27 anni?


Si terrà il 21 maggio a Genova nell’ambito delle iniziative per il Pride 2009 il convegno "I GIOVANI E IL DISAGIO DELLA DIVERSITA’".

Curato da Arcigay e patrocinato gratuitamente dal Ministro della Gioventù rappresenta un importante momento di incontro e discussione sul tema del disagio giovanile legato all’omofobia. Il Ministro Meloni, che parteciperà al dibattito insieme al Presidente nazionale Arcigay Aurelio Mancuso, Alessandro Buffoli, ricercatore dell’Università di Padova, Matteo Martelli, responsabile progetto Schoolmates, il prof. Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista dell’Università La Sapienza di Roma, ha dichiarato che "Su un tema così delicato come quello del disagio giovanile legato al diverso orientamento sessuale, penso sia un mio dovere partecipare. Sono certa che basta una sola vittima di discriminazione a meritare l’attenzione delle istituzioni".

A moderare il dibattito ci sarà Fabio Saccà, responsabile Rete Giovani Arcigay. Abbiamo intervistato Fabio e ci siamo fatti raccontare la sua esperienza di vita, cosa vorrebbe chiedere al Ministro, cosa direbbe ad un ragazzo vittima di bullismo e se ne ha mai avuto esperienza, quali sono oggi le speranze di un ragazzo italiano gay di 27 anni.


1) Descrivi in poche righe chi sei, cosa fai nella vita, quali sono le tue maggiori passioni.


Mi chiamo Fabio Saccà, ho 27 anni e abito a Vicenza. Nella vita "reale" mi occupo di formazione del personale per un’azienda di abbigliamento. Amo cantare mentre guido, andare al lavoro in bici, girare l’Italia in treno e dormire col mio ragazzo (quando riesco).

2) Come definiresti la tua identità ed in particolare la tua identità sessuale?

Genere Maschile, orientamento sessuale gay. Mi definisco un giovane europeo innamorato.

3) Da quanto sei attivista in Arcigay? E adesso qual è il tuo ruolo all’interno dell’Associazione e cosa fai in pratica?

Ho iniziato a 19 anni, pochi mesi dopo essere "sceso a patti" col mio orientamento sessuale. Volevo farne qualcosa di costruttivo, cercare delle risposte, capire cosa voleva dire essere gay. Ho iniziato frequentando il gruppo giovani di Padova, perchè avevo bisogno di stare assieme a ragazzi come me, anche solo per ascoltare o per parlare di cose che non riuscivo a dire ai miei amici. A un certo punto ho cominciato a organizzare le riunioni, poi gli aperitivi, poi i dibattiti, poi gli eventi in università. Si può dire che ci ho preso gusto, un po’ alla volta…
Da quattro anni coordino la Rete nazionale dei giovani in Arcigay.

4) Da quanti ragazzi e ragazze è composta la rete Giovani Arcigay, quali iniziative e attività conducono i gruppi giovani dell’Associazione?

Essere giovani significa avere bisogni specifici, rispetto all’educazione in primis, ma anche rispetto all’indipendenza dalla propria famiglia d’origine. Internet, la tv fanno compagnia, danno molta più visibilità all’adolescenza gay e lesbica (pensiamo solo a fiction come Skins o i Cesaroni), ma questo non riduce la solitudine che molti ragazzi e ragazze provano quando si scoprono gay, lesbiche, bisessuali. Nè aiuta a comprendere pienamente la realtà delle persone lgbt in Italia, che sicuramente è molto variegata e complessa.

Ci sono poi molti giovani, soprattutto i minori, che soffrono ancora le pressioni della famiglia: c’è chi rischia di trovarsi senza un tetto sopra la testa, di essere rispedito nel proprio paese d’origine se migrante, di dover cambiare scuola, amicizie, interessi… magari con l’aiuto di uno psicologo "amico".

Nei nostri gruppi proviamo a dare informazioni, a dare ai ragazzi uno spazio di prossimità, quell’ambiente accogliente e inclusivo che spesso in famiglia o nelle scuole non trovano. E proviamo a darci gli strumenti per badare a noi stessi, per essere cittadini liberi, autonomi, in grado di conoscere il mondo in cui viviamo e i nostri diritti. Uno dei nostri primi impegni è nella prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili, poichè in quanto giovani crediamo talvolta di essere immuni, o che non "capiterà proprio a noi" anche se rischiamo… E poi ci impegnamo nella prevenzione al bullismo, lavorando con le scuole.

5) Dal tuo punto di vista privilegiato di persona che viene a contatto con moltissime realtà locali, quali sono i desideri e le speranze dei giovanissimi LGBT in Italia?

Per dirla con Galimberti, i giovani – tutti i giovani – vogliono "riapproprarsi di quanto di energia si è depositato nel sottosuolo dell’anima". Vogliamo essere protagonisti della nostra vita, mettere a frutto tutte le nostre capacità, irradiare il mondo della nostra "potenza creativa". E nel caso dei giovani lgbt è soprattutto è il desiderio di amare ed essere amati a darci la forza. Di chiedere il meglio alla nostra vita, di lottare per prendercelo e magari di cambiare anche solo un po’ ciò che ci sta attorno.


6) Arcigay si sta battendo per denunciare il disagio giovanile tra le persone LGBT. Quali sono i dati più rilevanti di questa terribile situazione sociale?

Il primo dato è l’assenza di ricerca su questo tema, se non in sporadici esempi. Nessuna ricerca nazionale sulla condizione dell’infanzia o dell’adolescenza tratta specificamente il disagio dei giovani omosessuali. Dall’Università degli studi di Padova ci dicono che 4 ragazzi su 5 hanno pensato almeno una volta al suicidio e 1 su 5 lo ha materialmente tentato. Dall’Europa, ci dicono che l’ambiente meno sicuro per noi è la scuola dove il 53% dei giovani sente la parola "frocio", "lella", "checca" e il 10% ha assistito a episodi di violenza verso giovani per il loro reale o presunto orientamento sessuale. E che sono soprattutto i giovani lgbt a diventare vittima dei molestatori online, dove i ragazzi spesso confidano le proprie paure o i propri disideri.

7) Giovedì prossimo 21 maggio Arcigay organizza a Genova un convegno proprio sul disagio giovanile, patrocinato dal Ministro della Gioventù: cosa vorresti chiedere al Ministro Meloni?

Vorrei innanzitutto chiederle di raccontare la nostra gioventù invisibile, poichè la violenza più grande che oggi subiamo è quella di non essere "previsti" da questa società.

Vorrei chiederle di impegnarsi a sradicare l’omofobia di questa generazione, poichè essa non riguarda solo chi è omosessuale, ma chiunque è vittima di violenza a causa del modo in cui appare o è visto dagli altri.

Vorrei chiederle di usare i poteri del suo ministero per costruire servizi più inclusivi per la cittadinanza giovanile: facendo campagne di informazione, formazione degli operatori giovanili, attivando una rete tra i consultori, sostenendo la partecipazione dei giovani lgbt.

Le rendo atto di aver già dato un segnale di attenzione, con la sua partecipazione a un evento del Genovapride. Mi piacerebbe che fosse con noi anche alla manifestazione del 27 giugno: tutti i colori di quella giornata raccontano quello che siamo. Non solo per i diritti manifestiamo, ma anche per restituirci la possibilità di esserci, di esistere. In tutte le nostre espressioni.

8) Sabato e domenica si tiene sempre a Genova il primo grande appuntamento nazionale di formazione del nuovo progetto Arcigay contro il bullismo omofobico. Quanto è importante che l’Associazione prepari operatori ed operatrici pronti a intervenire nelle scuole?


Da circa dieci anni Arcigay è attiva nel settore dell’educazione alle alterità. Abbiamo prodotto attività educative innovative per ridurre i fenomeni di bullismo e insegnare il rispetto delle altrui differenze, qualunque esse siano. La maggior parte delle scuole non riesce a dotarsi autonomamente delle competenze necessarie per ascoltare le domande degli studenti sull’amore, sulla sessualità, sulla diversità. E non riescono a intervenire contro gli episodi di violenza, quando si verificano. Col nostro lavoro cerchiamo di ridurre le mancanze della scuola in questo momento, diamo ascolto, forniamo informazioni, permettiamo ai ragazzi di parlare di quello che succede loro attorno, ma in sostanza anche di loro stessi. Questo è un lavoro che non si improvvisa, richiede competenza e formazione. Per questo lavoriamo per fornire a tutti i comitati Arcigay d’Italia gli stessi strumenti.


9) Quali sono le motivazioni personali per le quali ritieni fondamentale intervenire nelle scuole contro il bullismo omofobico?

Il bullismo l’ho vissuto anche io. Dalla merenda che sparisce, ai tuoi beni nella spazzatura, le scritte nei bagni e le ‘carezze’ dei compagni negli spogliatoi. Forse la cosa più brutta è avere l’impressione che in fondo "te la sei meritata", sentire che in fondo non c’è bisogno di parlarne con gli altri, che prima o poi si stancheranno… Non sarà una giornata di formazione coi ragazzi a cambiare il loro modo di pensare, ma siamo certi che alcuni si sentiranno un po’ meno soli, e un po’ meno incasinati…

10) Partendo dalla tua esperienza, cosa diresti ad un ragazzo o ad una ragazza vittima di bullismo?

Gli direi che ha fatto molto bene a parlarmene, poichè è riuscito finalmente a mettere al centro se stesso e i propri bisogni. Di non vergognarsi della propria rabbia, così come della paura che ha avuto finora.
E che tutto può cambiare attorno a noi. Basta solo cominciare.


Rete Giovani: www.arcigay.it/giovani
Contatti: giovani@arcigay.it



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