Giornata della Memoria 2021 – Mopsa Sternheim

  

In occasione della Giornata della Memoria 2021, Arcigay Catania ricorda le vittime del’omocausto nazista e del confino fascista. Quest’ultimo ha colpito in modo particolarmente duro la nostra città. 

Abbiamo voluto dare voce alle vittime, immaginando che raccontassero in prima persona gli eventi di cui sono protagoniste. Il testo che segue è quindi inventato, ma tutti i fatti narrati corrispondono al vero. 

MOPSA STERNHEIM

Mi chiamo Mopsa Sternheim. Sono nata nel 1905 a Oberkassel, vicino Düsseldorf, in Germania. Sono una donna bisessuale. Sono stata una scenografia e una costumista, ma ricordatemi soprattutto come una combattente della resistenza tedesca in Francia.

In realtà il mio nome anagrafico sarebbe “Elisabeth Dorothea Löwenstein”, ma mi hanno sempre chiamata Mopsa. A 11 anni il primo shock della mia vita: ho scoperto che mio padre non era l’avvocato Arthur Löwenstein, marito di mia madre, ma lo scrittore ebreo Carl Sternheim, prima amante e poi dal 1907 secondo marito di mia madre, la scrittrice Thea Bauer. Ero molto legata a mio padre Arthur con cui ho vissuto fino al 1912, anno in cui si è risposato.

Nel 1913 sono andata a vivere insieme a mia madre, al mio padre biologico, e al mio fratellino Klaus. Abbiamo passato gli anni della prima guerra mondiale nei Paesi Bassi che erano neutrali, poi per un breve periodo siamo stati in Svizzera e infine nel 1922 siamo tornati in Germania, in una cittadina vicino Dresda. Di quel periodo ricordo il mio interesse per la politica maturato già all’età di 13 anni, le letture di Kleist, Dostoevskij, Tolstoj e Schiller, gli amici del mondo letterario e i compagni comunisti dei miei genitori, tra cui spiccava la figura della segretaria sindacale sovietica Helene Lerner, che ammiravo molto perché incarnava il mio ideale di persona libera. Quelli furono però anche gli anni terribili in cui dovetti imparare velocemente a difendermi dalle violenze sessuali di mio padre. I miei genitori litigavano spesso per questo motivo e in casa si respirava sempre un’aria di tensione. Mia madre cadde in depressione e tentò di uccidersi.

Nel 1923 mi iscrissi all’Accademia d’arte di Dresda. Spesso mi sentivo fuori posto,  un’outsider, ero attratta da alcune delle giovani donne presenti, ma non potevo parlare con loro.  L’anno successivo iniziai un apprendistato come costumista e scenografa al Teatro di Colonia e poi nel 1926 mi trasferii a Berlino. In quel periodo ebbi diverse relazioni sia con donne che con uomini e allacciai forti legami di amicizia, in particolare con Klaus Mann con cui condividevo la stessa visione politica, un vasto circolo di amici gay e lesbiche e, ahimè, la propensione per la droga. Dopo un incidente in moto, infatti, avevo assunto un antidolorifico e poi passai alla morfina e così ebbe inizio la mia dipendenza. Nel 1928 conobbi lo scrittore francese omosessuale René Crevel che fu uno dei miei migliori amici, così quando nel 1935 si suicidò, fu un colpo durissimo per me.

Nel 1929 mi innamorai di Rudolph von Ripper, pittore e illustratore austriaco, che sposai lo stesso anno. Dopo il matrimonio ottenni la cittadinanza austriaca. Nel frattempo mia madre, che aveva divorziato da mio padre, si trasferì a Parigi nell’inverno del 1931.

Nel 1933, disgustata dall’apparizione dei nazisti a Berlino, mi trasferii anch’io a Parigi che in breve tempo, grazie a molti rifugiati di sinistra provenienti come me dalla Germania, era diventata un centro di attività antinaziste tedesche. Collaborai così alla realizzazione del “Brown Book” che denunciava i crimini nazisti. Mio marito si occupò della sua distribuzione a Berlino, ma fu subito arrestato e deportato per sei mesi nel campo di concentramento di Oranienburg. Quando fu liberato disegnò una serie sull’inferno vissuto in quel campo e io mi occupai di distribuirla, ma quasi nessuno volle credere a quei resoconti. A partire dal 1935 grazie all’amicizia con Eddy Sackville-West, cugino della celebre Vita, ebbi l’opportunità di pubblicare articoli sulle attività antinaziste sul “Guardian” di Manchester.

Nel 1939 tornai a vivere con mia madre perché non ero più in grado di sopravvivere finanziariamente da sola, in quanto mio marito si era trasferito negli Stati Uniti. Nel 1941 fui privata della cittadinanza tedesca, quindi dichiarata apolide, e fu ancora più difficile vivere nella Francia occupata dai tedeschi.

All’inizio del 1943 aderii alla sezione francese del gruppo di Resistenza S.O.E. (Special Operations Executive) della Gran Bretagna, per aiutare il mio amico francese Michel Zimmermann, perseguitato come ebreo, a fuggire in Inghilterra. Il 2 dicembre 1943 fui arrestata dai nazisti e portata nella prigione di Fresnes dove mi torturarono. Mi fecero saltare i denti perché rivelassi ciò che sapevo sulla Resistenza e i nomi degli altri agenti del SOE, ma non ottennero nulla. Il 24 gennaio 1944 fui trasferita a Compiègne, un campo di concentramento a nord di Parigi, e pochi giorni dopo ideportata nel campo di Ravensbrück, nella Germania del Nord. I miei documenti furono timbrati con la sigla R.ü. (Rückkehr unerwünscht: Ritorno indesiderato).

All’arrivo, mi fecero spogliare, fare una doccia, mi sottoposero a un controllo medico e infine mi consegnarono gli abiti con il numero 27908 e il triangolo rosso dei prigionieri politici. Fui assegnata a un lavoro d’ufficio. Mi toccava stendere i rapporti su tutte le prigioniere: c’era un registro con ogni arrivo e partenza, uno per i criminali e altri con tutti i lavori svolti dalle internate. In seguito grazie al fatto che parlavo sia il tedesco che un ottimo francese, riuscii a diventare responsabile del Blocco dell’infermeria che ospitava molte prigioniere politiche soprattutto francesi, malate di tifo, scarlattina e dissenteria. Tutti, comprese le SS, cercavano di stare lontani da quel blocco perché avevano paura di infettarsi. Questo mi permise di trasformarlo in un nascondiglio per le donne che erano nella lista dei trasporti o in quella per la camera a gas. Cercai inoltre di dare un minimo di dignità alle malate in punto di morte, facendo loro arrivare razioni extra di cibo o qualche medicina per lenire il dolore. Quando i nazisti si accorsero delle mie attenzioni verso le malate però, mi spedirono a lavorare presso alcune fabbriche all’interno del campo che si occupavano di produrre ordigni per la guerra.

Pochi mesi dopo, precisamente il 23 aprile 1945, fui liberata dalla Croce Rossa Internazionale e portata in Svezia. Devo tutto alle mie amiche prigioniere. Questi trasporti avvenivano con partizioni per nazionalità, per cui se non mi avessero fatta includere nel gruppo francese, non so quanto tempo sarei rimasta lì, visto il mio status di apolide.

Durante gli anni passati nel campo di concentramento ebbi una relazione sentimentale con la studentessa Betty George da cui attinsi forse la forza necessaria per andare avanti, non abbattermi e aiutare le altre. Il 26 giugno 1945, quando dopo anni vidi finalmente mia madre, Betty era con me. Però dopo qualche tempo la nostra storia si concluse.

Nel 1948 tornai per la prima volta in Germania, dove fu molto gratificante testimoniare nel processo contro il personale del campo di Ravensbrück.

L’11 settembre 1954 sono morta di cancro. Qualche mese prima, nel mio diario  iniziato a 13 anni e che mi accompagnò per tutta la vita, avevo scritto le parole con cui vi lascio:

“Sempre il solito sbaglio: quando ti arrestano pensi: è finita; quando arrivi al campo di concentramento pensi: è finita; cancro: è finita. No, non è MAI finita finché non si muore. Il resto sono idee.”

Autore: Fabio Cardile

Editing: Vera Navarria

Progetto grafico: Daniele Russo

Fonti:

  • “R/esistenze lesbiche nell’Europa nazifascista”, a cura di Paola Guazzo, Ines Rieder, Vincenza Scuderi, Ombre corte, 2010.
  • FemBio Frauen-Biographieforschung (enciclopedia femminista tedesca di biografie di donne).