Giornata della Memoria 2021 – Fernanda Bellachioma

  

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In occasione della Giornata della Memoria 2021, Arcigay Catania ricorda le vittime dell’omocausto nazista e del confino fascista. Quest’ultimo ha colpito in modo particolarmente duro la nostra città. 

Abbiamo voluto dare voce alle vittime, immaginando che raccontassero in prima persona gli eventi di cui sono protagoniste. Il testo che segue è quindi inventato, ma tutti i fatti narrati corrispondono al vero. 

FERNANDA BELLACHIOMA

Mi chiamo Fernanda Bellachioma. Sono nata a Perugia nel 1889 da una famiglia della media borghesia locale. Non ho avuto un’infanzia felice, mio padre era un violento che picchiava regolarmente me e, finché non morì di polmonite fulminante, la mia povera madre. Ma un giorno, grazie a una maestra che stava a pensione da noi e che si dimostrò essere la mia più fedele amica, Enrichetta, riuscii a sfuggirgli. Mi rifeci una vita, sempre sotto l’ansia costante che lui riuscisse a trovarmi, perché papà non si rassegnò facilmente al fatto che fossi sfuggita al suo controllo. Per fortuna, conoscevo alla perfezione la lingua inglese, così ho cominciato a dare lezioni per ricavare un onesto guadagno. Ero la benvenuta in molte famiglie di questa città e ricercata.

Fu così che nel 1925 ho conosciuto Violet Righetti-Collins. Lei era di origine inglese, ma viveva a Perugia insieme al marito che era un noto medico. Quando lui era fuori per lavoro, io andavo a farle compagnia e dormivamo nello stesso letto. La nostra relazione agli occhi di tutti era quella di due amiche. Il suo matrimonio con il professor Righetti forniva la necessaria garanzia di eterosessualità a Violet e quindi riuscivamo a gestire al meglio la nostra relazione sentimentale.

Un’estate indimenticabile fu quella del 1927 in cui passai tre mesi al mare a Viserba con Violet.  Al ritorno da quella vacanza lei raccolse le sue cose dalla casa di Perugia e fece causa per ottenere la separazione dal marito, io la seguii. Il dottor Righetti denunciò la moglie per abbandono del tetto coniugale. La questione ebbe una certa risonanza, rimbalzando fino a Roma.

Il 22 agosto 1928 un telegramma del capo della polizia fascista, Arturo Bocchini, ordinava: “Disponesi che Fernanda Bellachioma […] sia assegnata al confino et destinata Castrovillari stop […]”. Era il 24 agosto quando venni arrestata, mi trovavo nella casa a mare di Viserba con Violet, e fui condotta nelle carceri di Rimini.

Una donna come me, che aveva un reddito e non avrebbe avuto nessun marito ad amministrarlo, una lesbica, costituiva un pericolo per il regime e per lo Stato. Le altre, se si sposavano (e poche non lo facevano avendone la possibilità, perché le donne ricevevano una qualche considerazione solo in quanto mogli e in quanto madri) passavano direttamente dall’autorità del padre a quella del marito, e  gli stessi amministravano anche i loro beni, per quelle poche che possedevano qualcosa.

Il mio arresto era stato comunque arbitrario, perché in Italia l’omosessualità non costituiva reato. Renderla illegale avrebbe significato ammettere implicitamente la nostra esistenza, una cosa che Mussolini non era disposto a fare. In Italia – diceva – gli omosessuali non esistevano.

Il 3 settembre venne presentato l’appello al mio processo, nel quale si eccepì che quando anche l’accusa fosse stata vera, non era prevista dalla legge come causa di assegnamento del confino, e si mise in discussione il fatto che una “devianza” di questo tipo potesse essere sovversiva per gli ordinamenti dello Stato (la sovversione era uno dei motivi possibili per la condanna al confino).

Seguirono una serie di comunicazioni incrociate tra Perugia, Forlì, Rimini e Cosenza, provincia nella quale avrei dovuto essere confinata. Il ministro calabrese Michele Bianchi, quadrumviro nonché primo segretario del Partito Nazionale Fascista nel 1921, evidentemente sconvolto dall’eventuale presenza di una lesbica nel suo territorio nativo, riuscì anche a far spostare la località di confino ad Agropoli, in provincia di Salerno.

All’Ufficio Confino giunse anche un anonimo dattiloscritto pieno di meschine infamità lesbofobiche firmato a nome di una non meglio specificata “cittadinanza perugina”, nel quale non vennero nemmeno risparmiati il mio avvocato e la sua famiglia: la figlia fu descritta come una “lesbica furiosa”.

Venne tuttavia disposta un’inchiesta suppletiva e contemporaneamente una perizia del medico provinciale certificò la mia inabilità a intraprendere il viaggio per una serie di “sindromi femminili” degne della migliore codificazione medica positivista: da esaurimento nervoso a probabile polipo uterino.

Il 5 settembre giunse al prefetto di Forlì un telegramma che lo informò del fatto che Mussolini in persona dispose la revoca del confino non certo perché fosse magnanimo, ma perché in quella fase di consolidamento del regime era meglio mettere a tacere che punire.

Il mio caso costituisce un unicum, sia perché fu la prima condanna al confino di una donna in quanto lesbica, sia perché il provvedimento venne revocato.

Così nel 1929 andai a vivere a Roma insieme a Violet.

Autore: Fabio Cardile

Editing: Vera Navarria

Progetto grafico: Daniele Russo

Fonti:

  • “Fuori dalla Norma” Storie lesbiche nell’Italia della prima metà del novecento, a cura di Nerina Miletti e Luisa Passerini, Rosenberg&Sellier, 2007.
  • “R/esistenze lesbiche nell’Europa nazifascista”, a cura di Paola Guazzo, Ines Rieder, Vincenza Scuderi, Ombre corte, 2010.
  • “Una signorina al confino” articolo pubblicato dal “Messaggero” il 26/08/1928.
  • “Viserba, Villa Bavassano: scandalo al sole” articolo scritto da Lussi Pagammo sul quotidiano online “Rimini 2.0” il 15/02/2018.