I super poteri che le donne (ancora) non hanno

  

L’essere un attivista LGBTI+ ti costringe, spesso e volentieri, a fare i conti con temi, realtà, persone, esperienze che sono nuove, diverse, complesse. Tutte cose che devi prima ascoltare, poi comprendere e in fine integrare con quelli che sono i tuoi pregiudizi, le tue rigidità mentali, i tuoi schemi e script comportamentali. È sfiancante, ma anche molto stimolante.

In questo periodo sto studiando molto il femminismo. La sua storia, i suoi metodi, le sue correnti, le sue sfaccettature, i suoi obiettivi, le sue contraddizioni…

Io ero il tipo che biasimava le veline. Arrivare al successo con la mercificazione del corpo per il piacere del maschio lo trovavo degradante.
Io ero il tipo che chiamava tr*ia la ragazza che utilizzava il proprio sex appeal per ottenere qualcosa dagli uomini, anche fosse semplicemente il non doversi alzare dal proprio posto sull’autobus e mandare l’amico a timbrare il biglietto al posto suo.
Io ero il tipo che riteneva le donne meno adatte alla conduzione di Sanremo, perché quel ruolo è troppo “istituzionale” per una conduttrice donna.
Io ero un sacco di altre coglionate come queste, ma moltissime altre lo sono ancora. Purtroppo.
Mi scappano ancora le battutine sessiste sulla donna stressata a causa del presunto poco sesso. Mi scappano ancora le battutine maschiliste tipo “quella è una con le palle” … sì, “mi scappano” perché proprio mentre le sto dicendo mi mordo la lingua. Alle volte rimugino pentito su quella battuta per giorni (la settimana scorsa ho ironicamente chiesto alla mia collega stressata se le erano tornate), altre volte mi assolvo. Così come assolvo alcune persone che dicono “noi normali” per riferirsi alle persone etero e in cui vedo chiaramente che non c’è intenzione di offendere ma semplicemente tabù sul tema o sulla parola o mancanza di vocabolario in merito, così alcune volte assolvo me perché mi rendo conto che ho interiorizzato battutine, intercalari ecc. da un certo tipo di società. Mi assolvo con la ripromessa di contribuire al cambiamento, anche di queste battutine (oggi lo faccio contribuendo alla diffusione di questo video).

Nei vari testi che sto leggendo o podcast che sto ascoltando sul femminismo più volte si fa riferimento ai privilegi che noi maschi abbiamo all’interno di una società patriarcale e maschilista. Ma poche volte sono riuscito davvero a percepire quali siano nel particolare. Si parla spesso del “doppio lavoro” a cui la società costringe le donne che vogliono lavorare: il lavoro salariato e il lavoro da casalinga e/o genitore che ricade quasi sempre, quasi totalmente sulle spalle della donna. Oppure si parla dei dati sulla parità di salario, spesso inesistente; o ancora di come le donne ricoprano pochissimi ruoli di potere; si citano moltissimo, giustamente, i dati sui femminicidi.
Tutte cose sconcertanti sulle quali dobbiamo sempre più informarci e contro cui ancor più batterci. Però leggendo, ascoltando storie, studiando teorie, mi rendo conto che c’è qualcosa di più sottile che non esula dagli esempi citati, ma che costituisce un qualcosa di “altro”. Un vivere quotidiano, un’esperienza costante, che probabilmente in quanto maschio, non riesco a comprendere, a sentire, a esperire del tutto. Un gap tra me maschio e una mia pari donna che c’è, ma non vedo. Quell’immagine in cui le donne devono fare le scale a piedi mentre io posso salire sulle scale mobili è qualcosa che esperisco anche io. Anche se non me ne rendo conto. Non può essere diversamente. Altrimenti tutto questo filosofeggiare sul femminismo sarebbero solo una minchiata radical chic.

Lo so, può sembrare assurdo. Specie, immagino, per le donne che stanno leggendo. Ma se da un punto di vista razionale il concetto mi è drammaticamente chiaro sento di non comprendere (in senso emotivo ed esperienziale) quello che è il vissuto di una donna.
Ho provato più volte a fare il paragone con le discriminazioni che posso aver subito io in quanto gay. Ma, evitando la becera creazione di una classifica di chi è più discriminato rispetto a chi, sono arrivato alla conclusione in cui, anche se rientrano nel calderone degli squilibri di potere e delle discriminazioni, il vissuto di una donna e il vissuto di un gay sono realtà molto diverse. E, anche se la matrice dell’omofobia è la stessa che genera la misoginia, il maschilismo e il sessismo non credo che una comparazione di questo tipo possa realmente fornire a me maschio l’esperienza reale di quel vissuto.

Nel mentre di queste mie riflessioni (durate mesi e tutt’ora in elaborazione) mi sono reso conto che forse il primo passo da fare è capire realmente quelli che sono i miei privilegi. Quei super poteri che vengono riconosciuti a noi maschi ma che fino a ora ho avuto difficoltà a comprendere, a sentire. Forse perché i testi o i contenuti sui quali sto studiando sono scritti da donne che spesso scrivono per le donne e quindi alcuni passaggi, vissuti, esperienze, vengono dati per scontati. Oppure, molto più probabilmente, a me maschio difficilmente entrano in testa perché per farceli entrare dovrei abbattere quei muri, riscrivere quegli script, trovare nuove lenti con le quali guardare la realtà. Ha riassunto per bene questa mia riflessione una frase che ho avuto modo di leggere mentre preparavo l’evento “Storytelling, Ogni donna ha la sua voce” per Arcigay. La frase di Giulia Blasi dice “L’esperienza maschile è ancora paradigmatica, quella femminile va spiegata”.

E allora, in un lavoro un po’ al contrario, ho provato a cercare nel mio quotidiano quelli che sono i miei super poteri in quanto maschio. Un po’ come un giovane Superman ho iniziato a porre l’attenzione su particolari, sensazioni, frasi alle quali non ho mai dato peso e ho cercato di mettere tutte queste cose sotto una nuova lente.
Elenco i superpoteri che sono riuscito ad esperire davvero. Immagino di averne moltissimi altri che non riesco ancora a vedere.
(I fatti sono stati leggermente modificati per rispettare la privacy delle persone coinvolte)

Super potere 1 “Il mio curriculum è più valido di quello delle donne. Non serve leggerlo”

Qualche settimana fa mi hanno chiamato per sostituire lo chef di una mensa della zona.
La brigata è composta di uno chef ai primi (che ho sostituito), una chef ai secondi e una chef che si occupa dei contorni e di tutte le intolleranze. In più c’erano altre 5 persone addette al lavaggio e al servizio.
Durante i miei primi giorni ho più volte chiesto consiglio alle due chef che mi affiancavano. Non rimettevo un piede in una cucina professionale da anni e comunque non volevo sconvolgere il metodo di lavoro che lo staff aveva, visto che la mia permanenza era a scadenza breve.
Nel mentre di uno di questi miei confronti una delle persone addette al lavaggio mi dice “ma tu fai come vuoi tu. Che sicuro fai bene”.
Io che mi conosco so che “sicuro faccio bene” è vero quasi mai, ma magari davanti a me avevo una persona ottimista e incoraggiante. Se non fosse che a fine servizio quella persona (e poi in seguito altre due) mi si avvicinarono per dirmi cose tipo “ma tu non chiedere a loro, sei più bravo”, “con tutta l’esperienza che avrai ti metti a chieder consiglio a loro?”, “guarda che devi essere tu a dire alle altre chef come fare”. Quando ho raccontato loro che il mio lavoro è l’operatore telefonico in un call center e che la mia esperienza in cucine di quel tipo era misera e comunque mai leaderistica devo aver creato un cortocircuito. Perché le loro facce esprimevano proprio questo. Nonostante il mio curriculum fosse ora chiaro, per tutto il periodo della sostituzione, sono stato quasi sempre l’interlocutore di riferimento. Anche per la magazziniera che pretendeva da me la lista della spesa e non dalle mie colleghe nettamente più preparate (per anni di esperienza), ma anche per maggior conoscenza del magazzino stesso e delle dinamiche di consumo delle derrate alimentari.

Super potere 2 “Trentenne e single? Maschio appetibile”

Una sera, durante un aperitivo con una mia amica, si ritrovano per caso nello stesso locale anche altre sue amiche che invitammo a sedere con noi. Nel mentre delle chiacchiere le signore, che avranno avuto poco meno del doppio della mia età, si interessano particolarmente a me, al fatto che vivo e mi mantengo da solo, che mi piace cucinare e fare la spesa, che odio pulire il bagno… e improvvisamente il discorso diventa un rimpallarsi di frasi tra le signore di come sarei perfetto per la figlia di una di loro. Una figlia, “un po’ frustrata, sai ha 30 anni è single, è tutta casa lavoro, lavoro casa.” “Dovrebbe trovarsi un giovanotto intraprendente come te”

Super potere 3 “Il mio affitto costa meno, la casa la prendo dove voglio”

Sia io che una mia collega stiamo cercando casa. Lei vuole fare il salto di qualità: lasciare la casa con altre lavoratrici e prenderne una da sola; io mi ritrovo con la casa che è in vendita.
Abbiamo passato settimane a rimpallarci i vari annunci che trovavamo nei vari siti e app di affitti. Avevamo ben chiare le esigenze di uno e dell’altra. Ci accomuna il doverla cercare nelle stesse zone essendo entrambi senza macchina. Un pomeriggio, durante una pausa dal lavoro, corro subito a cercarla per farle vedere l’annuncio della casa perfetta per lei. Tra l’altro a un prezzo stracciato. Lei, anche un po’ dispiaciuta nello smorzare il mio entusiasmo, mi fa “L’ho già vista, è bellissima, l’ho cercata anche su Google Maps. Solo che per arrivarci devi passare per una via isolata e senza illuminazione. D’estate pure… Ma d’inverno che fa notte alle 5 come torno a casa?”

Super potere 4 “l’interlocutore sono io. Anche se non parlo”

Frequento e vivo Cheti da ormai diversi anni, quindi, quando ho sentito che la mia amica addetta alla vendita commerciale porta a porta di prodotti per aziende aveva difficoltà nel muoversi in città, mi sono proposto di accompagnarla un pomeriggio nei suoi giri di vendita per farle conoscere le vie del centro.
Il suo lavoro è quello di entrare in un’attività commerciale, presentarsi, chiedere del/della responsabile, parlare del prodotto e venderlo. È tra le migliori dell’azienda. Sa il fatto suo.
In tutte, e dico tutte, le attività in cui siamo entrati io sono rimasto sempre un passo indietro alla mia amica, ha sempre e solo parlato lei, in alcune attività non mi sono neanche presentato. Eppure, il/la titolare ha sempre primariamente cercato di interagire con me. Dopo la presentazione il “ditemi pure”, “cosa cerchi?” “di che si tratta?” era sempre rivolto a me. Non alla mia amica, vestita meglio, che si era presentata e parlava, che spazialmente era più vicina. Solo quando a quella domanda io guardavo le spalle della mia amica il/la titolare, seguendo il mio sguardo, si rivolgeva a lei.

So che quello che sto per dire urterà la sensibilità di alcune donne che vivono quotidianamente questi squilibri di potere. Io privilegiato che mi permetto pure di lamentarmi. È però la mia esperienza. E voglio condividerla, anche per capirne di più grazie ai feedback che spero ne seguiranno.

Ecco la lamentela:
È stato uno sforzo immane. Già solo notarle certe cose. Non avevo mai fatto caso a dove fosse posizionata una casa se non per il tragitto casa-lavoro, casa-associazione, casa-negozi. Chissà quante volte ho ritenuto anche io più competente un uomo rispetto a una donna basandomi solo sul genere o quanto questo mi abbia aiutato nei miei lavori a discapito delle mie colleghe. In quante discussioni, magari anche in associazione, la mia opinione ha prevalso solo perché a dirla ero io maschio? Quante volte ho ascoltato maggiormente il mio interlocutore maschio invece che l’interlocutrice? Quanto mi vede “figo e realizzato” una società dove l’uomo deve essere indipendente mentre la donna…?
Ma, veramente faticoso, è stato accettare questi superpoteri come privilegi. Già perché se voglio definirmi davvero femminista, oltre a saper riconoscere quali sono i miei privilegi, oltre ad accettarli in quanto “privilegi” (e non come diritti o come normalità…) devo anche rinunciare a questi super poteri. Forse non basta usare il proprio privilegio per dar spazio e voce a chi spazio e voce non ha. Credo che questo sia solo parte della lotta.

Sono sempre più convinto che la fonte delle diseguaglianze, dei razzismi, delle violenze sia il “potere”. C’è chi ne ha di più e chi ne ha di meno. Ma non perché il mondo funzioni così “naturalmente”. O anche se così fosse, siamo abbastanza evoluti per poter scegliere di costruire un’altra realtà. Una realtà dove il potere (in tutte le sue forme) sia per tutti e tutte uguale. Pari. O meglio ancora “equo”.

Per arrivare a questo obiettivo devo avere il coraggio non solo di scagliare la criptonite contro i Superman maschilisti, sessisti, misogini, violentatori ecc… devo avere il coraggio di mettere un pezzo di criptonite anche nelle mie tasche e rinunciare, in una società del più forte, a un pezzo della mia forza.

Come? Bella domanda. Ci sto lavorando.

Articolo tratto da https://arcigaychieti.wordpress.com/

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