Giornata della Memoria 2021 – Josef Kohout

  

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In occasione della Giornata della Memoria 2021, Arcigay Catania ricorda le vittime dell’omocausto nazista e del confino fascista. Quest’ultimo ha colpito in modo particolarmente duro la nostra città.

Abbiamo voluto dare voce alle vittime, immaginando che raccontassero in prima persona gli eventi di cui sono protagonisti. Il testo che segue è quindi inventato, ma tutti i fatti narrati corrispondono al vero.


Mi chiamo Josef Kohout. Sono nato a Vienna nel 1915 in una famiglia cattolica. Ero uno studente universitario. Quando confessai a mia madre di essere omosessuale, lei mi disse: «Mio caro figlio […] Se credi di trovare la felicità con un altro uomo, questo non ti rende in nessun modo mediocre […] Non hai nessun motivo di disperarti […] Ricorda, qualsiasi cosa succeda, tu sei mio figlio e potrai sempre venire da me con i tuoi problemi». Sono state le parole più belle che avessi mai desiderato di ascoltare.

Nel 1938, dopo che l’Austria fu annessa alla Germania, le leggi tedesche furono applicate in modo aggressivo. Il regime nazista considerava l’omosessualità una minaccia per la salute razziale del Reich e per le politiche demografiche che prevedevano l’aumento del tasso di natalità degli ariani.

Il 13 aprile 1939 fui arrestato per “attività omosessuale”, come era definito il mio orientamento dal paragrafo 175 del codice penale tedesco, simile allo statuto austriaco. Secondo il paragrafo 175, aggiornato nel 1935, qualsiasi indizio di omosessualità era sufficiente per l’arresto: pettegolezzi, baci e lettere furono accettati come prove. Intercettarono un biglietto di auguri natalizio in cui avevo scritto: «Al mio amico Fred in amore eterno e profondissimo affetto». Fred, figlio di un gerarca nazista, al contrario di me non fu arrestato, ma prosciolto con la motivazione di “confusione mentale”.

Durante il regime nazista la polizia aveva il potere di imprigionare, senza processo, chiunque volesse, compresi quelli ritenuti pericolosi per la moralità della razza. Furono arrestati circa 100.000 gay, dei quali 50.000 vennero imprigionati. La stima degli internati omosessuali nei campi di concentramento varia tra 5.000 e 15.000 uomini. Questi prigionieri erano contrassegnati con un triangolo rosa ed erano tra i gruppi più maltrattati nei campi, a cui venivano affidati i lavori più duri. I nazisti interessati a trovare una “cura” per l’omosessualità hanno condotto, su noi omosessuali, esperimenti che hanno causato malattie, mutilazioni e persino la morte e non hanno prodotto alcuna conoscenza scientifica.

Dopo aver scontato la pena prevista non fui liberato, ma a dicembre trasferito nel campo di concentramento di Sachsenhausen, definita l’Auschwitz degli omosessuali, in Germania, vicino a Berlino. Bisognava rispettare diverse regole, non potevamo parlare con i prigionieri di altri blocchi e dovevamo dormire sempre con le mani fuori dalle coperte nonostante il freddo estremo. Ci venivano assegnati lavori pesanti come spalare la neve a mani nude, allo scopo di renderci più virili. Prestai servizio ai lavori forzati nella fabbrica di mattoni Klinker. I prigionieri che non erano stati picchiati a morte potevano essere facilmente uccisi dai pesanti carri che scendevano a ruota lungo il ripido pendio delle fosse di argilla.

A gennaio del 1940 fui trasferito nel campo di concentramento di Flossenbürg, vicino al confine ceco in Baviera. Lì ricevetti il numero identificativo 1896 e il triangolo rosa usato per identificare i prigionieri omosessuali. Fui assegnato al Blocco 6.

La vigilia di Natale del 1941 mi costrinsero a cantare, insieme ad altri detenuti, canti natalizi davanti a un grande albero addobbato posto sulla piazza d’armi. Accanto vi erano le forche con otto prigionieri russi appesi già dalla mattina. Quell’immagine è rimasta indelebile nei miei ricordi e ogni volta che sento un canto di Natale non posso fare a meno di precipitare di nuovo in quell’incubo.

Nel 1942 divenni un “kapo” nella fabbrica di munizioni (sono stato l’unico kapo omosessuale della storia).

Dall’estate del 1943, io e gli altri omosessuali “ariani”, fummo costretti a frequentare regolarmente il bordello del campo, rifornito con internate “ariane” obbligate a prostituirsi. Si trattava di un programma di rieducazione sessuale deciso dal comandante delle SS Heinrich Himmler.

Il 20 aprile 1945, mentre le truppe statunitensi si avvicinavano al campo, le SS iniziarono le evacuazioni forzate. Cominciai una marcia della morte verso Dachau, ma per fortuna il 25 aprile fui liberato vicino a Cham, a circa 45 miglia dal campo, dai soldati americani. Durante il viaggio di ritorno a Vienna acquistai degli abiti civili, ma prima di distruggere la mia sudicia uniforme strappai via il mio numero identificativo (compreso il triangolo) per conservarlo come ricordo di quelle terribili esperienze.

Nell’ottobre del 1945 ottenni l’esenzione dal lavoro e dal servizio militare. Nel 1946 iniziai una relazione con Wilhelm Kroepfl. Nel 1948, chiesi l’annullamento delle accuse penali per le quali ero stato incarcerato. La mia domanda fu accettata con successo, ma mi furono negati i rimborsi economici e gli anni trascorsi nei campi di concentramento mi vennero persino detratti dalla pensione. Fui comunque molto fortunato poiché l’omosessualità nella Germania dell’Ovest restò un crimine fino al 1969 e addirittura alcuni sopravissuti furono imprigionati di nuovo. È anche per questo che molti non hanno mai raccontato.

Nel 1972 narrai a un amico la mia terribile storia, così fu pubblicato con lo pseudonimo di “Heinz Heger” un libro di memorie: Gli uomini con il triangolo rosa. Era la prima testimonianza diretta di un gay sopravvissuto ai campi di concentramento. Come si può immaginare, il mio sforzo di raccontare ha avuto un impatto enorme all’interno della comunità LGBT e il libro è stato tradotto in moltissime lingue. Avevo fatto scoprire al mondo i triangoli rosa. L’impatto emotivo di quest’opera ha contribuito a rompere la “congiura del silenzio” attorno ai miei fratelli.

Solo nella metà degli anni ’90 la Germania ha riconosciuto formalmente i sopravvissuti omosessuali come vittime del regime nazista.

Sono morto a Vienna il 15 marzo 1994 all’età di 79 anni, mentre il mio compagno Wilhelm Kroepfl è morto nel 2012.

Quel triangolo rosa che strappai dall’uniforme è l’unico esempio del suo genere appartenuto a un detenuto omosessuale che non sia rimasto anonimo, e oggi è conservato, insieme ad altri miei documenti, presso l’United States Holocaust Memorial Museum di Washington.


Autore: Fabio Cardile

Editing: Vera Navarria

Progetto grafico: Daniele Russo

Fonti:

United States Holocaust Memorial Museum (Museo Commemorativo dell’Olocausto degli Sati Uniti).

“Personalizing Nazis’ Homosexual Victims” pubblicato dal “The New York Times” il 26 giugno 1995.

Wikipedia.